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The Japanese House @MAXXI

Nella lingua giapponese la parola casa si dice ie oppure, riferendosi alla propria, uchi.

Lo stesso ideogramma viene usato nella parola kazoku che significa famiglia. La casa in Giappone è quindi uno spazio domestico per la famiglia che si è evoluto nel corso dei secoli adattandosi alle necessità dei differenti momenti storici. Tale evoluzione  viene documentata attraverso il lavoro di 3 generazioni di architetti e designer, nella mostra      The Japanese House; co-prodotta assieme al Japan Foundation, Barbican Centre e Museum of Modern Art Tokyo, allestita dallo studio giapponese Atelier Bow Wow, al MAXXI fino al 26 febbraio.

Partendo dalla prima sala  una poesia di Kamo no Chomei introduce al concetto di transizione e continua trasformazione  insita nella cultura giapponese. L’impermanenza di tutte le cose riguarda anche l’architettura, in un paese altamente sismico e da sempre interessato da catastrofi naturali, l’impermanenza diventa parola chiave per descrivere la filosofia che si cela dietro l’architettura giapponese.

Sebbene la corrente del fiume non si arresti mai,  lo scorrere dell’acqua, istante dopo istante, non è mai uguale a se stesso. Laddove la corrente si accumula, in superfice si formano delle bolle, che scoppiano e scompaiono, mentre ne affiorano delle altre, nessuna delle quali è destinata  a durare. In questo mondo le persone e le loro dimore sono esattamente cosi in continuo cambiamento”.

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L’esposizione vede circa 60 autori e 14 aree tematiche, una sequenza di frammenti, foto e plastici che riassumono i caratteri essenziali della casa giapponese muovendosi in una rigorosa tensione estetica tra modernità  e legami con il passato a partire dalla Seconda Guerra Mondiale.

In quel periodo, per fronteggiare la mancanza di alloggi in Giappone gli architetti trovarono una soluzione nei prefabbricati che si diffusero negli anni 60 e 70 con progetti come Nakagin Capsule Tower Building. Le capsule furono costruite in cemento armato un materiale introdotto nel Sol Levante all’inzio del 900, adottato soprattutto per la resistenza ai terremoti. Invece in altre opere architettoniche come  Reinanzaka House a Tokyo, nel cemento vennero trasferite le qualità organiche del legno.

Nel periodo della crescita economica vennero poi sostituite le machiya,  abitazioni urbane in legno concepite in lotti di terreno molto stretti che combinavano spazi interni ed esterni con case dotate di giardini. In anni recenti con opere come Sumiyoshi house in Nipponbashi si è ritornati alle machiya sviluppatesi durante il periodo Tokugawa.

Nella mostra vi sono anche le cosidette case “sensoriali” che enfatizzano l’astrazione rispetto al contesto creando una realtà alternativa. Esemplificativa è l’House in White di Shinohara. Altre opere, come la Small Bathhouse in Izu, sono emblematiche del concetto di leggerezza, una qualità estetica insita nella cultura nipponica e forse maggior contributo del Giappone all’architettura mondiale. In questo caso  leggerezza materiale e estetica funzionale convertono in un’unica struttura.

Per altre info clicca qui –> MAXXI

Nunzia Castravelli

 

 

Bambole del Giappone a Roma

In Giappone le bambole non sono solo giocattoli,  sono una tradizione secolare.

Esse riflettono le abitudini del Sol Levante e le aspirazioni del popolo nipponico, hanno caratteristiche peculiari che ben si distinguono a seconda della regione di appartenenza e che, nel corso dei secoli, si sono sviluppate e modificate. Le tecniche utilizzate nella realizzazione delle bambole sono state tramandate di maestro in discepolo per secoli fino ai giorni nostri.

L’Istituto Giapponese di Cultura  di Roma  fino al 28 dicembre, ne offre una bellissima retrospettiva, con una mostra itinerante della Japan Foundation dal titolo

LE BAMBOLE DEL GIAPPONE Forme di preghiera, espressioni d’amore

Dalle KOKESHI NINGYŌ Bambole kokeshi tradizionali realizzate con particolari tecniche di tornitura giapponese; alle OYAMA NINGYŌ Bambole Kabuki che rappresentano lo stile e la moda delle donne giapponesi, attraverso acconciature e costumi brillanti, come raffigurati nel mondo del kabuki.

Le bambole sono inoltre l’occasione per mettere in mostra anche altre forme di artigianato in cui il Giappone eccelle, come il tessile.  Quasi tutte le bambole indossano kimoni meravigliosi che mostrano l’eccellenza e la raffinatezza dell’artigianato tessile nipponico.

Ingresso libero.

Nunzia Castravelli

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Per info:

www.jfroma.it

 

 

 

EDWARD HOPPER, il realismo americano a Roma

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Soir Bleu, 1914, Olio su tela

Nato nel 1882 Eward Hopper è considerato il massimo esponente del realismo americano. Incoraggiato all’arte sin da bambino si iscrisse  alla New York School of Art per trasferirsi poi a Parigi per conoscerne le avanguardie artistiche.

Le sue opere ritraggono la vita e l’esperienza americana nel quotidiano: dai distributori di benzina alle strade silenziose, stanze di motel o di uffici,  scorci illuminati da lampioni o luci al neon, case assolate della campagna americana creano atmosfere surreali e a volte quasi metafisiche.

Per la seconda volta Hopper ritorna a Roma, questa volta al Complesso del Vittoriano fino al 12 febbraio, in un una mostra realizzata da Arthemisia Group e curata da Barbara Haskell del Whitney Museum of American Art, in collaborazione con Luca Beatrice, che ne racconta tutto il percorso artistico.

 60 opere realizzate tra il 1902 e il 1960  distribuite  in sei  sezioni: dalle opere del periodo accademico dell’esperienza parigina a capolavori come Night  Shadows(1921) ed Evening  Wind(1921). Molte delle opere sono state prestate eccezionalmente dal Whitney Museum  di  New  York come Le  Bistro  or  The  Wine  Shop(1909),  Summer  Interior (1909), New  York Interior(1921), South Carolina Morning (1955) e Second Story Sunlight (1960). Prestito  eccezionale  è  il  particolare  olio  su  tela Soir  Bleu, opera del 1914 che all’epoca non fu accolta positivamente dalla critica e successivamente  rivalutata.

Nella mostra allestita nell’ala Brasini del Vittoriano è presentato anche un  importante  gruppo  di  disegni  preparatori  come Study  for  Gas (1940), Study  for Girlie Show (1941), Study for Summertime (1943), Study for Pennsylvania Coal Town (1947).  Ed una sezione dedicata all’influenza che Hopper ebbe sul cinema e viceversa.

Il senso di solitudine, i silenzi, le strade deserte, le atmosfere noir dei quadri di Hopper sono stati fonti di ispirazione per numerosi registi. Opere come House by the Railroad ispirarono il regista Alfred Hitchcock nell’immaginare il famoso “Bates Hotel” dove è ambientato il suo capolavoro “Psycho”. Oppure la sua opera più famosa, Nighthawks del 1942 (non presente in mostra) ispirò  il regista Wim Wenders, in The end of violence.

Influenzato dal cinema Hopper influenzò il cinema a sua volta,  anche se come egli stesso dichiarò la sua intenzione non era raccontare storie attraverso i suoi quadri e l’unica fonte d’ispirazione mai avuta è stata se stesso.

Dopo aver visto la mostra, date un’occhiata al film Shirley: Vision of Reality, di Gustav Deutsch, in cui tredici dipinti di Hopper vengono letteralmente trasferiti sulla pellicola.

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Secondo piano al sole, 1960 – Olio su tela

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Il faro a Two Lights, 1927- Acquerello e grafite su carta

Nunzia Castravelli

Info:

Edward Hopper

Complesso del Vittoriano

Via di San Pietro in Carcere – Roma

1 ottobre 2016 – 12 febbraio 2017

www.ilvittoriano.com

Rome Pop city 67-70

Il Macro di via Nizza celebra la POP art romana  della cosidetta Scuola di Piazza del Popolo con “Rome Pop city 67-70”  fino al 27 novembre.

Franco Angeli, Nanni Balestrini,  Baruchello, Tano Festa, Giosetta Fioroni, Kounellis, Francesco Lo Savio, Renato Mambor, Gino Marotta, Mimmo Rotella, Mario Schifano sono solo alcuni degli artisti in esposizione, le cui opere raccontano la rapida trasformazione artistica della scena romana.  I canoni commerciali della Pop art americana vennero superati  e diedero vita a nuove teorie artistiche dove memoria storica e cultura di massa si incontrarono in una città in rapida trasformazione tra monumenti millenari e nuove insegne luminose. Roma rappresentata da chi la visse, amò e contestò negli anni sessanta, anni intensi del boom economico e del grande cinema: all’epoca la capitale sfornava 270 film l’anno e attirava artisti ed intellettuali da tutto il mondo.

Giovani pittori squattrinati, registi famosi, scrittori ed intellettuali o semplici modaioli si incontravano al cafè Rosati a Piazza del Popolo, vi era fermento e partecipazione nelle tante gallerie della vicina via Margutta, dove non lontano abitarono Federico Fellini e Giulietta Masina,  Anna Magnani, lo scrittore Gianni Rodari e tantissimi pittori come De Chirico e Guttuso.

Prima di vedere la mostra consiglio questo interessante documentario SWINGING ROMA di Andrea Bettinetti, giusto per entrare nel mood.

 

NunCa

Dal 12 luglio al 27 novembre 2016
Roma, MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma
Biglietti: intero non residenti 11 €, residenti 10 €; ridotto non residenti 9 €, residenti 8 €
Info: +39 060608
http://www.museomacro.org/