arte

PAOLO DI PAOLO, MONDO PERDUTO

Il mondo perduto di Paolo Di Paolo racconta attraverso 250 meravigliose immagini esposte al Maxxi, l’Italia del dopoguerra: personaggi del cinema, artisti, scrittori ma anche gente comune e bambini ritratti nella propria quotidianità. Fotografo di grande talento ed intuizione, Paolo Di Paolo ha saputo raccontare con delicatezza e obiettività il nostro paese che in quegli anni rinasceva dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale.

Nato nel 1925 a Larino, in Molise Paolo Di Paolo si trasferì a Roma per conseguire la maturità classica e dopo la guerra si iscrisse alla facoltà di Storia e filosofia dell’Università La Sapienza. Frequentò gli ambienti artistici romani e scelse la fotografia come mezzo di espressione artistica, inizando a collaborare nel 1954 con il settimanale Il Mondo, fondato e diretto da Mario Pannunzio. Diventò uno dei principali collaboratori, con il maggior numero di foto pubblicate, 573 immagini.

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Dopo circa 50 anni di oblio, negli anni duemila, per puro caso la figlia Silvia ritrova in cantina un ricchissimo archivio fotografico..tra cui le foto esposte al Maxxi:  Pier Paolo Pasolini al Monte dei Cocci a Roma, Tennesse Williams in spiaggia con il cane, Anna Magnani con il figlio sulla spiaggia del Circeo, Kim Novak che stira in camera al Grand Hotel, Sofia Loren che scherza con Marcello Mastroianni negli studi di Cinecittà. E poi una famiglia per la prima volta di fronte al mare di Rimini e i volti affranti del popolo ai funerali di Palmiro Togliatti.

Insomma, un bellissimo itinerario fotografico tutto da percorrere.

Buon viaggio.

https://www.maxxi.art/di-paolo-paolo/

 

Nunzia Castravelli

 

 

LA FAMIGLIA

La famiglia del Mulino Bianco non esiste, ma esiste quella di FORT APACHE, al Teatro India con la piéce di Valentina Esposito. La regista e drammaturga  ha portato in scena  la storia di una famiglia in cui l’unico mezzo di comunicazione è la violenza e dove antichi rancori sono impossibili da scardinare anche di fronte alla morte.

L’occasione per riunirsi è il matrimonio dell’ultima e unica figlia femmina.                       La cerimonia diventa pretesto per rimettere sul tavolo le incomprensioni tra padri e figli e  luogo dove consumare una vicenda d’amore e d’odio, sospesa tra passato e presente:

«Siamo troppo vicini, ma non vicini abbastanza» dice uno dei protagonisti.

Lo svolgimento della trama svela il vero significato del lavoro della regista che cerca di scandagliare attraverso i suoi personaggi l’animo di uomini che nei lunghi anni di reclusione hanno sofferto per gli affetti lontani, per i figli distanti, per gli amori perduti, e si trovano ora a tentare una ricostruzione emotiva di un rapporto difficile fatto di rivendicazioni e ribellioni, lasciando però un bagliore di speranza nel finale.

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 Fort Apache è un progetto teatrale che coinvolge attori professionisti ed attori ex detenuti o detenuti in misura alternativa (semilibertà, affidamento ai servizi sociali, affidamento in centri di prevenzione alla tossicodipendenza, detenzione domiciliare, etc..), che hanno intrapreso un percorso di professionalizzazione e inserimento nel sistema dello spettacolo teatrale o cinematografico. Fra i quali,  Marcello Fonte – dopo Cannes, miglior interprete agli European Film Awards di Siviglia per Dogman di Matteo Garrone –  Alessandro BernardiniChristian CavorsoChiara CavalieriMatteo CateniViola CentiAlessandro ForcinelliGabriella IndolfiPiero PiccininGiancarlo PorcacchiaFabio RizzutoEdoardo Timmi e Cristina Vagnoli.

Tutti hanno contribuito egregiamente alla riuscita dello spettacolo, profondamente umano e per certi versi catartico.

http://www.teatrodiroma.net/doc/6199/famiglia

http://www.fortapachecinemateatro.com

 

IL GIUDIZIO UNIVERSALE FIRMATO BALICH

“Senza aver visto la Cappella Sistina non è possibile formare un’idea apprezzabile di cosa un uomo solo sia in grado di ottenere”.

Scriveva così Goethe dopo aver visto le opere più importanti di Michelangelo Buonarroti: la Cappella Sistina ed il Giudizio Universale.

Senza aver visto lo show Giudizio Universale di Marco Balich, diremmo noi oggi, non è possibile avere un’idea  di cosa sia l’Art-entertainment, ovvero l’Arte che intrattiene. Uno spettacolo dove teatro, musica, light design, danza e arte si incontrano dando vita ad un’esperienza super immersiva.

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Lo show, creato in collaborazione con Musei Vaticani  e con le musiche di Sting,  inizia con un salto indietro nel tempo, dal 2018 al 1508, quando Michelangelo terminò una delle sue opere scultoree più famose il David. “La bellezza è tutto, è la mia ossessione”, dice Michelangelo doppiato da Pier Francesco Favino. L’artista toscano viene invitato da papa Giulio II a decorare la volta della Cappella Sistina, già affrescata sulle pareti laterali dai più celebri artisti del suo tempo, tra cui Botticelli, il Ghirlandaio, il Perugino e Pinturicchio. Michelangelo temeva di non riuscire a rappresentare quanto gli è stato commissionato ma, invece, dopo  520 giorni diede alla luce uno dei capolavori artistici di maggior rilievo della storia dell’umanità. Patrimonio indiscutibile del mondo cristiano e non solo. Dopo 30 anni papa Clemente VII offrì a Michelangelo di dipingere la parete dell’altare della Cappella Sistina, egli creerà il Giudizio Universale, superando se stesso.

Inevitabile chiedersi perché andare a vedere questo spettacolo all’ Auditorium della Conciliazione quando a due passi vi è la Cappella Sistina. La verità è che Giudizio Universale è la dimostrazione che si può  raccontare il nostro patrimonio artistico in modo moderno, usando strumenti  di alta tecnologia.  Nel nostro paese l’arte e la bellezza sono ovunque e L’Italia conscia del proprio valore  vive da troppo tempo di una rendita artistica che non può più permettersi.  Quindi ben venga un modo innovativo di intrattenere e di raccontare l’arte.  A maggior ragione se a farlo è una società italiana, tra l’altro apprezzata nel mondo per i meravigliosi spettacoli di apertura delle cerimonie olimpiche da Torino a Rio.   Lo stesso Balich ci ha tenuto per sei mesi con il naso all’insù durante l’Expo di Milano nel 2015, con  lo show dell’Albero della Vita.

L’unica pecca dello spettacolo è forse la mancanza di una recitazione diretta degli attori, appunto doppiati da voci registrate. Questo può essere efficace in ampi spazi come uno stadio, un po’ meno in un teatro. Per il resto, “l’effetto WOW” è assicurato.

Per maggiori info –> giudizio universale

 

Nunzia Castravelli

CESARE TACCHI. Una retrospettiva

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Nato a Roma nel 1940 Cesare Tacchi espose per la prima volta nel 1959 alla galleria Appia Antica in una mostra collettiva insieme a Mambor e Schifano. Aveva solo 19 anni. A differenza di Schifano, nei suoi quadri Tacchi, rifinisce, ritaglia, distilla la realtà seguendo l’esempio di Mondrian.

Qualche anno dopo conosce Plinio De Martiis ed entra a far parte della scuderia artistica della Galleria La Tartaruga. Qui sarà allestita nel 1965 la sua prima personale dove esporrà le cosiddette tele imbottite chiamate “tappezzerie”,  diventando  uno dei massimi esponente della Pop Art italiana insieme a Tano Festa, Mario Schifano, Franco Angeli, Giosetta Fioroni, Jannis Kounellis…  In questi anni Tacchi trasforma il quadro in vero e proprio arredo:  patchworks imbottiti  su cui  delinea figure a smalto nero, ritratti di amici, figure di attori, icone delle pubblicità o delle riviste.

Quadro per una coppia felice

Quadro per una coppia felice, 1965

Tra il 1966 e il 1967 la sua ricerca artistica prende una direzione nuova, crea i cosiddetti mobili impossibili: divani, sedie, poltrone tutti inutilizzabili. Da qui inizieranno diverse performance artistiche come Cancellazione d’artista, Sopra un Tavolo ed il Rito e nel 1970 realizzerà un lavoro fotografico per riappropriarsi della pittura come mezzo espressivo solo successivamente. Nel 1975 infatti esporrà due grandi dipinti alla Galleria La Tartaruga “ Sentite…Se dipingete chiudete gli occhi e cantate” e “Le braccia”.

A poco più di tre anni dalla sua scomparsa il Palazzo delle Esposizioni gli rende omaggio con un’inedita retrospettiva che attraverso più di 100 opere tra dipinti, sculture, documenti e le famose “tappezzerie” ne traccia il percorso artistico e personale. L’ultima sala della mostra è dedicata alle opere realizzate a partire dagli anni Ottanta da un solitario Uccel di Bosco del 1982 al trittico Spirito dell’Arte del 1990. Opere infuse di una vibrante ironia, molto diverse dal primo Tacchi.

 

Nunzia Castravelli

I Grandi Maestri. 100 Anni di fotografia Leica.

Le altre macchine fotografiche che ho provato mi hanno sempre convinto a ritornare a lei… Finché farò questo lavoro, questa è la mia macchina fotografica”.

Scriveva così Henri Cartier-Bresson, della sua cara macchina Leica che con la sua apparizione sul mercato nel 1925 cambiò irreversibilmente il mondo della fotografia.

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Henri Cartier-Bresson, Place de l’Europe. Gare Saint Lazare 1932

Ideata nel 1914 da Oskar Barnack, la Leitz Camera fu la prima macchina fotografica commerciale tascabile con rullino da 35mm (24 × 36 mm) che si caricava all’aperto in presenza di luce. Una vera rivoluzione grazie alla quale i fotografi dell’epoca abbandonarono le ingombranti e scomode fotocamere a lastre a favore di un apparecchio più duttile e compatto. Il primo prototipo di questa fotocamera compatta  fu prodotto però solo nel 1925 grazie all’imprenditore tedesco Ernst Leitz.  Da allora, l’innovazione tecnologica della Ur-Leica segnò la nascita di una fotografia più dinamica e con un’enorme portata creativa, offrendo al fotografo la possibilità di immortalare la realtà attraverso angolazioni del tutto inedite. Grazie a questa nuova macchina duttile e flessibile, portabile ovunque e in qualsiasi situazione, si iniziò a raccontare il mondo in una maniera più immediata, con uno sguardo del tutto diverso rispetto al passato.

Questa storia, lunga più di cento anni, è in esposizione al Complesso del Vittoriano, fino al 18 febbraio, con oltre 350 stampe d’epoca originali di celebri fotografi insieme a documenti storici dall’archivio Leica, oltre a filmati, locandine pubblicitarie vintage, riviste storiche e prime edizioni di libri. I Grandi Maestri. 100 Anni di fotografia Leica è composta da 16 sezioni: dal fotogiornalismo di guerra con le foto Erich Salomon, primo fotogiornalista che portò una Leica negli Stati Uniti e durante la Guerra civile spagnola, all’uso della fotografia come strumento di propaganda. Dalla fotografia umanista con ritratti di gente comune o di star del mondo della moda alla fotografia soggettiva. Si percorrono diversi  generi e  l’uso della Leica nei diversi paesi del mondo come Giappone, Spagna e Portogallo.

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John Bulmer, Donna con passeggino, per Sunday Times Magazine, Liverpool, 1965

Nonostante l’allestimento renda un pò difficile la fruibilità della mostra, “I Grandi Maestri. 100 Anni di fotografia Leica”  propone comunque delle immagini meravigliose dei più grandi interpreti internazionali della storia della fotografia: Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, Sebastião Salgado, Elliott Erwitt e Gianni Berengo Gardin, fino al colore di William Eggleston, Fred Herzog e Joel Meyerowitz. Accanto alle immagini di Gianni Berengo Gardin vi è uno spazio dedicato anche alle fotografie di altri interpreti italiani d’eccezione come Piergiorgio Branzi, Paolo Pellegrin, Valerio Bispuri e Lorenzo Castore.

Nunzia Castravelli

http://www.ilvittoriano.com/mostra-leica-roma.html

 

Vivien Maier, una fotografa ritrovata nel cuore di Trastevere

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L’opera fotografica di Vivien Maier si sviluppa in un percorso artistico intimo e segreto.   Fu scoperta solo dopo la sua morte, quando un certo John Maloof per puro caso nel 2007 scoprì dei negativi e rullini ancora da sviluppare.  Da allora Maloof ne ricostruì la biografia e l’opera fotografica.

Vivien era una tata e una non fotografa per professione che amava la fotografia e che può essere considerata antesignana della street photos. Nata a New York nel 1926, trascorse lungo tempo della sua vita in Francia, a Saint-Julien en Champsaur, sua madre Maria Jaussaud era francese. Nel 1951 ritornò a New York dove, con la vendita di una casa di famiglia, acquistò una macchina fotografica Rolleiflex.  Da quel momento in poi, Vivien iniziò a raccontare la vita, le luci e le ombre delle strade di New York e Boston.

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Le opere in mostra al Museo in Trastevere  fino al 18 giugno raccontano il suo l’occhio attento per i dettagli capace di cogliere attimi decisivi,  che si ripetono e rivivono ogni volta che si guarda e riguarda una sua foto. La quotidianità è ritratta con sensibilità temeraria e a volte un pò invadente: volti di anziani che scrutano l’obiettivo, occhi generosi di vita di bambini e mani di innamorati seguono a ombre riflesse nelle pozzanghere e prospettive ripide dai grattacieli di New York. Iconici i “selfie” di sè stessa  riflessa nelle vetrine.

Insomma, un’intensa esposizione delle sue opere fotografiche, curata da Anne Morin e Alessandra Mauro, in un’organica selezione di 120 opere in chiaroscuro degli anni cinquanta e sessanta, arricchita da una sezione degli anni settanta con foto a colori.

Da vedere.

vivienmeier.com

museointrastevere.it

The Japanese House @MAXXI

Nella lingua giapponese la parola casa si dice ie oppure, riferendosi alla propria, uchi.

Lo stesso ideogramma viene usato nella parola kazoku che significa famiglia. La casa in Giappone è quindi uno spazio domestico per la famiglia che si è evoluto nel corso dei secoli adattandosi alle necessità dei differenti momenti storici. Tale evoluzione  viene documentata attraverso il lavoro di 3 generazioni di architetti e designer, nella mostra      The Japanese House; co-prodotta assieme al Japan Foundation, Barbican Centre e Museum of Modern Art Tokyo, allestita dallo studio giapponese Atelier Bow Wow, al MAXXI fino al 26 febbraio.

Partendo dalla prima sala  una poesia di Kamo no Chomei introduce al concetto di transizione e continua trasformazione  insita nella cultura giapponese. L’impermanenza di tutte le cose riguarda anche l’architettura, in un paese altamente sismico e da sempre interessato da catastrofi naturali, l’impermanenza diventa parola chiave per descrivere la filosofia che si cela dietro l’architettura giapponese.

Sebbene la corrente del fiume non si arresti mai,  lo scorrere dell’acqua, istante dopo istante, non è mai uguale a se stesso. Laddove la corrente si accumula, in superfice si formano delle bolle, che scoppiano e scompaiono, mentre ne affiorano delle altre, nessuna delle quali è destinata  a durare. In questo mondo le persone e le loro dimore sono esattamente cosi in continuo cambiamento”.

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L’esposizione vede circa 60 autori e 14 aree tematiche, una sequenza di frammenti, foto e plastici che riassumono i caratteri essenziali della casa giapponese muovendosi in una rigorosa tensione estetica tra modernità  e legami con il passato a partire dalla Seconda Guerra Mondiale.

In quel periodo, per fronteggiare la mancanza di alloggi in Giappone gli architetti trovarono una soluzione nei prefabbricati che si diffusero negli anni 60 e 70 con progetti come Nakagin Capsule Tower Building. Le capsule furono costruite in cemento armato un materiale introdotto nel Sol Levante all’inzio del 900, adottato soprattutto per la resistenza ai terremoti. Invece in altre opere architettoniche come  Reinanzaka House a Tokyo, nel cemento vennero trasferite le qualità organiche del legno.

Nel periodo della crescita economica vennero poi sostituite le machiya,  abitazioni urbane in legno concepite in lotti di terreno molto stretti che combinavano spazi interni ed esterni con case dotate di giardini. In anni recenti con opere come Sumiyoshi house in Nipponbashi si è ritornati alle machiya sviluppatesi durante il periodo Tokugawa.

Nella mostra vi sono anche le cosidette case “sensoriali” che enfatizzano l’astrazione rispetto al contesto creando una realtà alternativa. Esemplificativa è l’House in White di Shinohara. Altre opere, come la Small Bathhouse in Izu, sono emblematiche del concetto di leggerezza, una qualità estetica insita nella cultura nipponica e forse maggior contributo del Giappone all’architettura mondiale. In questo caso  leggerezza materiale e estetica funzionale convertono in un’unica struttura.

Per altre info clicca qui –> MAXXI

Nunzia Castravelli