IL GIUDIZIO UNIVERSALE FIRMATO BALICH

“Senza aver visto la Cappella Sistina non è possibile formare un’idea apprezzabile di cosa un uomo solo sia in grado di ottenere”.

Scriveva così Goethe dopo aver visto le opere più importanti di Michelangelo Buonarroti: la Cappella Sistina ed il Giudizio Universale.

Senza aver visto lo show Giudizio Universale di Marco Balich, diremmo noi oggi, non è possibile avere un’idea  di cosa sia l’Art-entertainment, ovvero l’Arte che intrattiene. Uno spettacolo dove teatro, musica, light design, danza e arte si incontrano dando vita ad un’esperienza super immersiva.

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Lo show, creato in collaborazione con Musei Vaticani  e con le musiche di Sting,  inizia con un salto indietro nel tempo, dal 2018 al 1508, quando Michelangelo terminò una delle sue opere scultoree più famose il David. “La bellezza è tutto, è la mia ossessione”, dice Michelangelo doppiato da Pier Francesco Favino. L’artista toscano viene invitato da papa Giulio II a decorare la volta della Cappella Sistina, già affrescata sulle pareti laterali dai più celebri artisti del suo tempo, tra cui Botticelli, il Ghirlandaio, il Perugino e Pinturicchio. Michelangelo temeva di non riuscire a rappresentare quanto gli è stato commissionato ma, invece, dopo  520 giorni diede alla luce uno dei capolavori artistici di maggior rilievo della storia dell’umanità. Patrimonio indiscutibile del mondo cristiano e non solo. Dopo 30 anni papa Clemente VII offrì a Michelangelo di dipingere la parete dell’altare della Cappella Sistina, egli creerà il Giudizio Universale, superando se stesso.

Inevitabile chiedersi perché andare a vedere questo spettacolo all’ Auditorium della Conciliazione quando a due passi vi è la Cappella Sistina. La verità è che Giudizio Universale è la dimostrazione che si può  raccontare il nostro patrimonio artistico in modo moderno, usando strumenti  di alta tecnologia.  Nel nostro paese l’arte e la bellezza sono ovunque e L’Italia conscia del proprio valore  vive da troppo tempo di una rendita artistica che non può più permettersi.  Quindi ben venga un modo innovativo di intrattenere e di raccontare l’arte.  A maggior ragione se a farlo è una società italiana, tra l’altro apprezzata nel mondo per i meravigliosi spettacoli di apertura delle cerimonie olimpiche da Torino a Rio.   Lo stesso Balich ci ha tenuto per sei mesi con il naso all’insù durante l’Expo di Milano nel 2015, con  lo show dell’Albero della Vita.

L’unica pecca dello spettacolo è forse la mancanza di una recitazione diretta degli attori, appunto doppiati da voci registrate. Questo può essere efficace in ampi spazi come uno stadio, un po’ meno in un teatro. Per il resto, “l’effetto WOW” è assicurato.

Per maggiori info –> giudizio universale

 

Nunzia Castravelli

ANTIGONE al TEATRO ARGENTINA

 

Antigone è la storia di un’eroina coraggiosa, emblema della libertà di coscienza che sfida il potere del re di Tebe, Creonte, e sacrifica la propria vita pur di dare degna sepoltura al fratello Polinice considerato traditore della patria.

Antigone è un moderno simbolo della dissidenza di fronte ad un potere ingiusto che vieta la sepoltura ai traditori,  ma è anche simbolo dell’emancipazione femminile contro un sistema  maschile iniquo. Questa tragedia di Sofocle ha ispirato la letteratura dei secoli successivi da Racine ad Alfieri, da Honegger a Brecht. Partendo dal testo di quest’ultimo Federico Tiezzi, Fabrizio Sinisi e Sandro Lombardi, nelle vesti di Creonte, mettono in scena al Teatro Argentina un’Antigone dai toni ambigui, interpretata magistralmente da Lucrezia Guidone, dove il tragico è velato da  sottile ironia che introduce situazioni inaspettate quasi comiche in cui bene e male si sfiorano continuamente in una danza che sarà alla fine fatale per tutti.

 La prima scena, che resta impressa per linearità ed eleganza dei movimenti, vede la famiglia reale seduta a tavola, con il cadavere di Polinice sul pavimento: nessuno  tra i commensali tranne Antigone sembra farci caso, finché la donna scaraventa un piatto per terra. Da li inizia la tragedia, con la risoluzione di dare degna sepoltura al fratello pur conscia di andare incontro alla morte disobbedendo all’editto di Creonte.  L’azione si sposta  poi in un obitorio dove il coro è intento a pulire morti rappresentati da scheletri adagiati su delle barelle. Tiezzi sceglie un’atmosfera contemporanea  noir ben accompagnata dalle musiche di Richter ma che purtroppo a volte, per l’uso inflazionato degli scheletri in scena,  valica i confini dell’horror/splatter. Eccessivo l’indovino Tiresia, trasformato in un personaggio in bilico tra Vivienne Westwood con Toy boy al seguito posseduta dal demonio, ed un joker in preda ad una crisi isterica in una cantilena che si fatica a seguire.  Oppure Emone che in un litigio con il padre Creonte sembra affetto da sostanze stupefacenti più che arrabbiato. Questi momenti  eccessivi si alternano a momenti  più lineari e di forte impatto, come la danza delle Erinee dee della vendetta che nella loro danza di morte lanciano polvere rossa, trasformando il palco dell’Argentina in una nuvola sospesa sul destino di morte dei personaggi.

L’epilogo è ben noto. Antigone imprigionata si impiccherà,  Emone figlio di Creonte si darà la morte pugnalandosi, la moglie Euridice seguirà la sorte dei due giovani.  Dopo le profezie di Tiresia e di fronte al malcontento del popolo tebano, Creonte deciderà di rivedere la sua decisione, ma sarà troppo tardi. Pagherà cara la sua superbia e la sua indecisione perdendo tutto.

In alcuni momenti può provocare sonnolenza, ma ci pensaranno i canti Bulgari a ridestarvi.

http://www.teatrodiroma.net/doc/5010/antigone

Nunzia Castravelli

VINCENT VAN GOGH, l’odore assordante del bianco

<<È una prospettiva molto triste quella di sapere che forse la pittura che faccio non avrà mai nessun valore>>.

Scriveva così Vincent Van Gogh nell’agosto del 1888 al fratello Theo. L’anno successivo dipingerà Ritratto di Joseph Roulin, venduto nel 1989 al costo attualizzato di 108 milioni di dollari:  è tra i 10 quadri più costosi al mondo.

Durante la sua breve ed intensa vita Vincet Van Gogh  dipinse circa 900 quadri, riuscendone a vendere solo uno, Il vigneto Rosso. Visse una vita di stenti, nelle innumerevoli lettere che scrisse al fratello Theo si trovano riferimenti continui all’incertezza del lavoro e alla preoccupazione di sprecare denaro.

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Il vigneto rosso, 1889

Nel marzo 1889 i cittadini di Arles sottoscrissero una petizione per richiedere il ricovero di Van Gogh, ritenuto “persona non idonea a vivere in libertà”. La casa gialla  dove si era trasferito insieme a Gauguin, venne chiusa dalla polizia, e Vincent condotto al manicomio di Saint Paul, come egli stesso scrisse “sotto chiave” e “in cella”. Ed è proprio a partire da quella cella che inizia il racconto al Teatro Eliseo di Stefano Massini della sofferenza del pittore olandese, intensamente interpretato da Alessandro Preziosi.

Il testo è vincitore del Premio Tondelli a Riccione Teatro 2005 per la “scrittura limpida, tesa, di rara immediatezza drammatica, capace di restituire il tormento dei personaggi con feroce immediatezza espressiva”.  Massini indaga il rapporto sofferente tra le arti ed il ruolo dell’artista nella società contemporanea. Attraverso la disperazione di Van Gogh nella devastante neutralità del vuoto, nell’odore assordante del bianco, si restituisce sul palco l’immediatezza della condizione umana che non riguarda solo quella di un artista geniale vissuto in un tempo passato, bensì ogni singolo spettatore che, con il fiato sospeso fino all’ultima battuta, riesce a rivedere la propria prigionia interiore e l’immutabile sofferenza che nasce dall’incomprensione con il mondo circostante.

Una sorta di psicoterapia teatrale, senza dubbio da sperimentare.

http://www.teatroeliseo.com/eventi/van-goghlodore-assordante-del-bianco/

 

Nunzia Castravelli

CESARE TACCHI. Una retrospettiva

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Nato a Roma nel 1940 Cesare Tacchi espose per la prima volta nel 1959 alla galleria Appia Antica in una mostra collettiva insieme a Mambor e Schifano. Aveva solo 19 anni. A differenza di Schifano, nei suoi quadri Tacchi, rifinisce, ritaglia, distilla la realtà seguendo l’esempio di Mondrian.

Qualche anno dopo conosce Plinio De Martiis ed entra a far parte della scuderia artistica della Galleria La Tartaruga. Qui sarà allestita nel 1965 la sua prima personale dove esporrà le cosiddette tele imbottite chiamate “tappezzerie”,  diventando  uno dei massimi esponente della Pop Art italiana insieme a Tano Festa, Mario Schifano, Franco Angeli, Giosetta Fioroni, Jannis Kounellis…  In questi anni Tacchi trasforma il quadro in vero e proprio arredo:  patchworks imbottiti  su cui  delinea figure a smalto nero, ritratti di amici, figure di attori, icone delle pubblicità o delle riviste.

Quadro per una coppia felice

Quadro per una coppia felice, 1965

Tra il 1966 e il 1967 la sua ricerca artistica prende una direzione nuova, crea i cosiddetti mobili impossibili: divani, sedie, poltrone tutti inutilizzabili. Da qui inizieranno diverse performance artistiche come Cancellazione d’artista, Sopra un Tavolo ed il Rito e nel 1970 realizzerà un lavoro fotografico per riappropriarsi della pittura come mezzo espressivo solo successivamente. Nel 1975 infatti esporrà due grandi dipinti alla Galleria La Tartaruga “ Sentite…Se dipingete chiudete gli occhi e cantate” e “Le braccia”.

A poco più di tre anni dalla sua scomparsa il Palazzo delle Esposizioni gli rende omaggio con un’inedita retrospettiva che attraverso più di 100 opere tra dipinti, sculture, documenti e le famose “tappezzerie” ne traccia il percorso artistico e personale. L’ultima sala della mostra è dedicata alle opere realizzate a partire dagli anni Ottanta da un solitario Uccel di Bosco del 1982 al trittico Spirito dell’Arte del 1990. Opere infuse di una vibrante ironia, molto diverse dal primo Tacchi.

 

Nunzia Castravelli

COUS COUS KLAN

Cous Cous Klan del Collettivo Carrozzeria Orfeo, in scena al Teatro Piccolo Eliseo fino al 28 gennaio, è una commedia brillante nel testo e nell’incredibile performance degli attori, dove il regista e drammaturgo Gabriele Di Luca in modo ironico e feroce riesce a dare forma comica all’inquietudine esistenziale dei nostri tempi affrontando temi molto seri.

Il Cous Cous Klan è formato da Caio, ex prete nichilista e depresso, Achille, sordomuto e irrequieto, Olga sorella dei due obesa e con un occhio solo, e Mezzaluna vicino musulmano immigrato in Italia. Vivono in un mondo dove l’acqua, ormai privatizzata da 10 anni, scarseggia ed il divario tra ricchi e poveri è diventato incolmabile. La loro casa è una roulotte arrugginita in un parcheggio abbandonato dietro ad un cimitero periferico. Lì in mancaza di cibo e soprattuto acqua cercano di sopravvivere. I quattro rappresentano il cinismo disperato di una società ingiusta, la stessa società che li ha emarginati attraverso un filo spinato sorvegliato da telecamere di sicurezza.

Presto nel gruppo, già alle prese con conflitti razziali ed interpersonali per la sopravvivenza, si aggiungerà Aldo, un pubblicitario separato e cacciato di casa, nei guai per una storia con una minorenne. Ma a sconvolgere il già precario equilibrio di questa comunità sarà Nina, una ragazza ribelle e indomabile che potrebbe diventare la chiave del riscatto sociale del Cous Cous Klan.

Assolutamente da vedere, (anche più volte).

 

Nunzia Castravelli

I Grandi Maestri. 100 Anni di fotografia Leica.

Le altre macchine fotografiche che ho provato mi hanno sempre convinto a ritornare a lei… Finché farò questo lavoro, questa è la mia macchina fotografica”.

Scriveva così Henri Cartier-Bresson, della sua cara macchina Leica che con la sua apparizione sul mercato nel 1925 cambiò irreversibilmente il mondo della fotografia.

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Henri Cartier-Bresson, Place de l’Europe. Gare Saint Lazare 1932

Ideata nel 1914 da Oskar Barnack, la Leitz Camera fu la prima macchina fotografica commerciale tascabile con rullino da 35mm (24 × 36 mm) che si caricava all’aperto in presenza di luce. Una vera rivoluzione grazie alla quale i fotografi dell’epoca abbandonarono le ingombranti e scomode fotocamere a lastre a favore di un apparecchio più duttile e compatto. Il primo prototipo di questa fotocamera compatta  fu prodotto però solo nel 1925 grazie all’imprenditore tedesco Ernst Leitz.  Da allora, l’innovazione tecnologica della Ur-Leica segnò la nascita di una fotografia più dinamica e con un’enorme portata creativa, offrendo al fotografo la possibilità di immortalare la realtà attraverso angolazioni del tutto inedite. Grazie a questa nuova macchina duttile e flessibile, portabile ovunque e in qualsiasi situazione, si iniziò a raccontare il mondo in una maniera più immediata, con uno sguardo del tutto diverso rispetto al passato.

Questa storia, lunga più di cento anni, è in esposizione al Complesso del Vittoriano, fino al 18 febbraio, con oltre 350 stampe d’epoca originali di celebri fotografi insieme a documenti storici dall’archivio Leica, oltre a filmati, locandine pubblicitarie vintage, riviste storiche e prime edizioni di libri. I Grandi Maestri. 100 Anni di fotografia Leica è composta da 16 sezioni: dal fotogiornalismo di guerra con le foto Erich Salomon, primo fotogiornalista che portò una Leica negli Stati Uniti e durante la Guerra civile spagnola, all’uso della fotografia come strumento di propaganda. Dalla fotografia umanista con ritratti di gente comune o di star del mondo della moda alla fotografia soggettiva. Si percorrono diversi  generi e  l’uso della Leica nei diversi paesi del mondo come Giappone, Spagna e Portogallo.

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John Bulmer, Donna con passeggino, per Sunday Times Magazine, Liverpool, 1965

Nonostante l’allestimento renda un pò difficile la fruibilità della mostra, “I Grandi Maestri. 100 Anni di fotografia Leica”  propone comunque delle immagini meravigliose dei più grandi interpreti internazionali della storia della fotografia: Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, Sebastião Salgado, Elliott Erwitt e Gianni Berengo Gardin, fino al colore di William Eggleston, Fred Herzog e Joel Meyerowitz. Accanto alle immagini di Gianni Berengo Gardin vi è uno spazio dedicato anche alle fotografie di altri interpreti italiani d’eccezione come Piergiorgio Branzi, Paolo Pellegrin, Valerio Bispuri e Lorenzo Castore.

Nunzia Castravelli

http://www.ilvittoriano.com/mostra-leica-roma.html

 

Vivien Maier, una fotografa ritrovata nel cuore di Trastevere

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L’opera fotografica di Vivien Maier si sviluppa in un percorso artistico intimo e segreto.   Fu scoperta solo dopo la sua morte, quando un certo John Maloof per puro caso nel 2007 scoprì dei negativi e rullini ancora da sviluppare.  Da allora Maloof ne ricostruì la biografia e l’opera fotografica.

Vivien era una tata e una non fotografa per professione che amava la fotografia e che può essere considerata antesignana della street photos. Nata a New York nel 1926, trascorse lungo tempo della sua vita in Francia, a Saint-Julien en Champsaur, sua madre Maria Jaussaud era francese. Nel 1951 ritornò a New York dove, con la vendita di una casa di famiglia, acquistò una macchina fotografica Rolleiflex.  Da quel momento in poi, Vivien iniziò a raccontare la vita, le luci e le ombre delle strade di New York e Boston.

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Le opere in mostra al Museo in Trastevere  fino al 18 giugno raccontano il suo l’occhio attento per i dettagli capace di cogliere attimi decisivi,  che si ripetono e rivivono ogni volta che si guarda e riguarda una sua foto. La quotidianità è ritratta con sensibilità temeraria e a volte un pò invadente: volti di anziani che scrutano l’obiettivo, occhi generosi di vita di bambini e mani di innamorati seguono a ombre riflesse nelle pozzanghere e prospettive ripide dai grattacieli di New York. Iconici i “selfie” di sè stessa  riflessa nelle vetrine.

Insomma, un’intensa esposizione delle sue opere fotografiche, curata da Anne Morin e Alessandra Mauro, in un’organica selezione di 120 opere in chiaroscuro degli anni cinquanta e sessanta, arricchita da una sezione degli anni settanta con foto a colori.

Da vedere.

vivienmeier.com

museointrastevere.it