UN NEMICO DEL POPOLO

Un fantastico Massimo Popolizio, insieme ad un cast di bravissimi attori, torna al Teatro Argentina nelle vesti di un nemico del popolo.

Il testo Ibsiano è questa volta ambientato in una contea americana degli anni 20 e racconta ciò che succede quando una società democratica è guidata da personaggi corrotti e menzonieri. Nella cittadina è stato costruito uno stabilimento termale che rappresenta il riscatto per il territorio, offrendo lavoro agli abitanti di un paese depresso economicamente. Ma sorge un conflitto politico e morale che contrappone  il medico Thomas Stockmann, interpretato dallo stesso Popolizio, direttore dello stabilimento, ed il fratello nonchè il sindaco Peter Stockmann, interpretato da una straordinaria Maria Paiato.

Thomas scopre che le acque termali sono causa di inquinamento, Peter, politicamente insabbiatore, tenta invano di convincerlo che la sua denuncia porrà fine ai sogni collettivi di benessere. Il racconto è popolato dai personaggi – dodici attori al fianco dei protagonisti, in costante equilibrio su note di tenerezza e umanità – che sembrano vivere in apparente armonia, ma la cui esistenza sarà irrimediabilmente “inquinata”, come le acque sulle quali si basa l’economia e la prosperità della cittadina.

Lo spettacolo – che prosegue in lunga tournée nei maggiori teatri italiani tenta di dare vita a un testo di fine Ottocento e far sì che incontri l’entusiasmo degli spettatori di oggi e pensando ai 17.000 spettatori della passata stagione è indubbio che ci sia pientamente riuscito.

http://www.teatrodiroma.net/

N.Castravelli

 

Inge Morath – La vita, la fotografia.

Inge Morath è stata la prima fotoreporter donna entrata a far parte dell’agenzia fotografica Magnum Photos.

Austriaca di origine era una donna curiosa ed instancabile. Una viaggiatrice poliglotta che nel corso della sua carriera ha realizzato meravigliosi reportage fotografici in giro per il mondo: Spagna, Medio Oriente, Stati Uniti, Russia e Cina.

Amica del fotografo Ernst Haas, realizzava testi per i suoi reportage. Fu Robert Capa in seguito ad inivitarla ad unirsi all’agenzia Magnum in qualità di redattrice e ricercatrice.

La collaborazione con Henry Cartier-Bresson, con cui istaurò un sodalizio decennale, ne segnò l’esistenza. Nel 1960, l’anno del ritratto di Rosanna Schiaffino, Inge accompagnò infatti Cartier-Bresson a Reno, per lavorare sul set de Gli Spostati, pellicola con Marilyn Monroe e Clarke Gable diretta da John Huston. Qui scattò uno dei suoi più bei ritratti: una Marilyn che in disparte prova dei passi di danza.
Sarà durante quell’esperienza che conobbe lo scrittore e drammaturgo Arthur Miller, sceneggiatore della pellicola, che diventera suo marito nel 1962.

Attraverso il suo obiettivo, riuscì ad immortalare grandi artisti – da Henri Moore, a Alberto Giacometti, Jean Arp, Pablo Picasso – e  scrittori come André Malraux, Doris Lessing, Philip Roth e celebrità come Igor Stravinskij, Yul Brynner, Audrey Hepburn, Marilyn Monroe, Pierre Cardin, Fidel Castro. Ma anche persone e situazioni comuni cogliendo l’intimità più profonda dei suoi soggetti.

Nella mostra a lei dedicata al  Museo in Trastevere, in prima assoluta in Italia, 140 fotografie divise in 12 sezioni e decine di documenti originali, ne raccontano tutto il percorso di vita e di fotografia, quest’ultima da lei definita come:

  “…un fenomeno strano.  Ti fidi dei tuoi occhi e non puoi fare a meno di mettere a nudo la tua anima”.

 

Nunzia Castravelli

 

 

 

Fronte del Porto al Teatro Argentina

Il Teatro Argentina trasferisce sul suo palcoscenico il classico dell’americano Budd Schulberg nella Napoli di quaranta anni fa.  L’opera di Schulberg – a sua volta ispirato a un’inchiesta giornalistica dell’epoca e diventato la base della sceneggiatura del pluripremiato film con Marlon Brando diretto da Elia Kazan (otto Oscar nel 1954) – Fronte del porto torna a calcare le tavole del palcoscenico, dopo la versione teatrale dell’inglese Steven Berkoff, grazie a questo adattamento firmato da Enrico Ianniello con la regia di Alessandro Gassmann che guida un bravissimo cast di attori.

Fronte del Porto è la storia di onesti lavoratori, sottopagati e schiacciati dalla malavita organizzata, che trova la forza di rialzare la testa attraverso il coraggio di un uomo, simbolo di una presa di coscienza che da complice del sistema criminale diventa esempio di riscatto. Una riscrittura ben riuscita che, aiutata da elementi digitali nella scenografia, unisce le suggestioni del testo originale con quelle dei polizieschi napoletani degli anni Ottanta.

Sullo sfondo una Napoli che, con il suo golfo, il suo porto e la sua storia, si fa naturale palcoscenico degli eventi che si alternano in un crescente pathos, per giocare con le musiche dei film, con i colori sgargianti della moda, con i riferimenti culturali di quell’epoca, in cui, commenta Ianniello, «la città stava cambiando pelle nella sua organizzazione criminale; gli anni del terremoto, gli anni di Cutolo. Anni in cui il porto era sempre di più al centro di interessi diversi, legali e illegali. In questo lavoro mi è venuta incontro la rispondenza geografica, che è per me – fin dai tempi di “Chiòve” – un’importante cartina di tornasole sulla congruità dell’adattamento … E, purtroppo, non è stato necessario inventarsi nulla per restituire credibilmente le storie di caporalato, soprusi e gestione violenta del mercato del lavoro in quello specchio della città che è il nostro Fronte del porto».

 

 

 

 

La bisbetica domata di Scaramella

Siamo in Italia alla fine degli Anni Trenta, alla soglia di un radicale cambiamento del rapporto uomo-donna,   in una pensione un uomo di potere organizza una beffa ai danni di un ubriaco facendogli credere di essere un gran signore. Con la complicità di una compagnia di artisti di varietà viene messa in scena la commedia della lotta fra l’astuto Petruccio e la bisbetica Caterina. In un  gioco di equivoci e sotterfugi la farsa che la trama shakespeariana suggerisce, assume i toni del varietà misto a kabarett tedesco, in un clima in cui la finzione sembra toccare punte di verità profonda. Oltre che esilarante rappresentazione di una guerra tra i sessi, il testo si presenta così come un occasione di riflessione sull’esperienza teatrale vissuta come specchio amplificante della vita, luogo di esplorazione dei suoi interrogativi nascosti, e si rivela metafora del rapporto fra l’artista e il potere, della reciproca fascinazione, della difficoltà di mantenere viva e libera la propria voce.

Born Bone Born (Senkotsu, 2018)

Il senkotsu è il lavaggio delle ossa di un defunto che avviene dopo circa 4 anni. Si tratta di un rituale dell’Isola di Okinawa che si tramanda di generazione in generazione, un momento particolare in cui i familiari si riuniscono e commemorano la persona cara che non è più tra loro.  Su questo delicato rituale si basa Senkotsu,  film scelto nell’ambito della XXV edizione del Festival L’Isola del Cinema sezione ISOLA MONDO  dall’Ambasciata del Giappone in Italia, l’Istituto Giapponese di Cultura e l’Ente Nazionale del Turismo Giapponese.

La trama si svolge intorno ad una famiglia scombinata che si ritrova per commemorare e lavare le ossa della defunta madre: il vecchio padre Nobutsuna divenuto alcolizzato, sua figlia Yuko, single ma in avanzato stato di gravidanza, e il primogenito Tsuyoshi, irritabile con alle spalle un divorzio si rincontrano dopo 4 anni.  Intorno a loro gravitano personaggi comici e altrettanto strambi che riescono però a dare leggerezza alla trama e ad un argomento tanto delicato come la scomparsa di una persona cara ed il dolore che ne deriva.

Il film trasmesso in anteprima all’Isola del Cinema è stato molto apprezzato dal pubblico pur entrando  in un territorio delicato come l’eterno dualismo vita e morte. Grazie al lavaggio delle ossa si arriva ad un momento di riappacificazione della famiglia che osso dopo osso riesce a ricomporre l’armonia familiare e a supportarsi vicendevolmente soprattuto di fronte all’improvvisa nascita del figlio di Yuko.

https://www.isoladelcinema.com/

 

Nunzia Castravelli

 

 

AT HOME @MAXXI

Com’è cambiato il concetto di casa e dell’abitare la casa dal dopoguerra ad oggi? Come si è evoluto lo spazio domestico nel Novecento?

Attraverso i progetti architettonici dei grandi maestri italiani del nostro tempo e delle figure emergenti dell’architettura contemporanea internazionale, il Maxxi ci offre un’esibizione che da molteplici risposte alle domande sopra esposte.

Il percorso di At Home inizia con Villa Malaparte a picco sul mare di Capri, passando  per il rifugio sulle Dolomiti dei giovani Demogo. I Collegi universitari di Urbino di Giancarlo De Carlo e il progetto Sugar Hill di David Adjaye, ad Harlem. La Casa Baldi di Paolo Portoghesi a Roma e la casa ”spaziale” di Zaha Hadid in Russia. E ancora il Bosco Verticale di Stefano Boeri a Milano e la Moryama House di Tokyo.

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 Una sequenza di stanze, dove l’allestimento prevede un accoppiamento di due diverse testimonianze architettoniche, come la “bellezza di impatto che non cerca la mimesi” de Casa Malaparte di Adalberto Libera (1938-40)  accomunata al nuovo bivacco fratelli Fanton di studio Demogo (2016 – in cantiere). Un confronto che oltre ad accomunare, rivela allo stesso tempo un radicale cambiamento culturale nel modo con cui i due edifici si relazionano al luogo in cui si ergono, come sottolineano gli stessi curatori: il primo “innestato” saldamente sulla roccia, il secondo “appoggiato con leggerezza”.

Dopo un passaggio nella Casa Moriyama di Sanaa (2002-05) caratterizzatata dalla frammentazione di una villa con giardino in più volumi realizzando unità abitative potenzialmente autonome, la mostra si conclude significativamente con il progetto del Corviale, edificio-città che chiude la fase moderna di ricerca sull’abitazione e si offre oggi alla sperimentazione di strategie di trasformazione dei grandi edifici di edilizia residenziale pubblica attraverso i progetti di riqualificazione di Laura Peretti e Guendalina Salimei.

Tutte le info qui

 

 

Nunzia Castravelli

 

PAOLO DI PAOLO, MONDO PERDUTO

Il mondo perduto di Paolo Di Paolo racconta attraverso 250 meravigliose immagini esposte al Maxxi, l’Italia del dopoguerra: personaggi del cinema, artisti, scrittori ma anche gente comune e bambini ritratti nella propria quotidianità. Fotografo di grande talento ed intuizione, Paolo Di Paolo ha saputo raccontare con delicatezza e obiettività il nostro paese che in quegli anni rinasceva dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale.

Nato nel 1925 a Larino, in Molise Paolo Di Paolo si trasferì a Roma per conseguire la maturità classica e dopo la guerra si iscrisse alla facoltà di Storia e filosofia dell’Università La Sapienza. Frequentò gli ambienti artistici romani e scelse la fotografia come mezzo di espressione artistica, inizando a collaborare nel 1954 con il settimanale Il Mondo, fondato e diretto da Mario Pannunzio. Diventò uno dei principali collaboratori, con il maggior numero di foto pubblicate, 573 immagini.

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Dopo circa 50 anni di oblio, negli anni duemila, per puro caso la figlia Silvia ritrova in cantina un ricchissimo archivio fotografico..tra cui le foto esposte al Maxxi:  Pier Paolo Pasolini al Monte dei Cocci a Roma, Tennesse Williams in spiaggia con il cane, Anna Magnani con il figlio sulla spiaggia del Circeo, Kim Novak che stira in camera al Grand Hotel, Sofia Loren che scherza con Marcello Mastroianni negli studi di Cinecittà. E poi una famiglia per la prima volta di fronte al mare di Rimini e i volti affranti del popolo ai funerali di Palmiro Togliatti.

Insomma, un bellissimo itinerario fotografico tutto da percorrere.

Buon viaggio.

https://www.maxxi.art/di-paolo-paolo/

 

Nunzia Castravelli